Londra ti cambia #1

keep calm and fake a british accent

Vivo a Londra da esattamente 20 mesi, quasi due anni. In questo lasso di tempo sono successe tante cose, molte di più di quante ne avevo immaginate, o vagamente previste, nei momenti in cui cercavo di prefigurarmi la mia vita in questa città, più o meno realisticamente. Di rimugino in rimugino, ho capito quanto il mio stile di vita sia mutato, anzi, quanto IO sia cambiata pur di adattarmi ad una realtà che, volenti o nolenti, è ben diversa da quella a cui ero abituata in Italia. 

Desidero quindi condividere con voi quelli che, a mio avviso, sono stati e sono tutt’ora i punti salienti attorno a cui è avvenuta la mia trasformazione da insoddisfatta italiana ad inquieta cittadina londinese. Da non prendersi troppo seriamente, please.

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Arrivederci East London

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Arrivederci, quartiere che non ho mai capito come chiamarti, ché Tower Hamlets è il borough (quartiere-municipalità) – e citare il borough non è abbastanza cool, a meno che non sia famoso come Chelsea o Camden – e allora dicevo a tutti “abito a Bethnal Green”, che poi in realtà la mia casa su Google Maps era un puntino nel bel mezzo di Bethnal Green, Whitechapel, Stepney Green, quindi boooh, negli ultimi tempi dicevo che abitavo a Whitechapel, che risveglia i ricordi di Jack lo Squartatore e mi conferiva quell’aria di una che la sa lunga e abita in un posto che sarà presto cool, “aspetta che ci arrivi la Cross Rail e vedi i prezzi delle case” (come se non fossero già abbastanza care)…

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Londra e l’ossessione Customer Service

Sarà che sono un po’ orsa inside, sarà che ho abitato per tanti anni a Genova dove, nonostante i numerosi e lodevoli sforzi per togliersi di dosso l’immagine di città nemica dei turisti e del turismo stesso, tra un sorriso forzato e l’altro nei negozi aleggia sempre quell’arietta velenosa sibilata dai denti stretti dei commessi o delle commesse nel tentativo di soffiare via l’isteria latente anziché locuzioni di indubbia onestà intellettuale quali “Non rompere le palle con le tue richieste da consumista viziato o ti gambizzo con un tacco 12“. E aggiungerei: “Stracciabelini”.

Per dire.

(A Genova andateci comunque: merita in ogni suo angolo e ci sono un sacco di cose da fare e da vedere, specie in estate. Le mie impressioni sono tali perché è la città che posso dire di conoscere meglio rispetto alle altre in cui ho abitato, tutto qua).

Genova a parte, che rimane comunque il posto che più di ogni altro mi ha influenzato a livello di abitudini e valori in un contesto urbano, l’Italia intera in quanto a Customer Service è parecchio scarsina. Non sto sputando nel piatto in cui sono cresciuta e in cui ho mangiato per gran parte della mia esistenza: è come siamo stati abituati a vivere, è una questione culturale, la performance corale di un intero popolo, nonostante le sue – a volte enormi – differenze interne.

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Un anno a Londra

Oggi festeggio un anno a Londra.

Dodici mesi sembrano tanti, ma non lo sono affatto, specialmente quando:

Ti rendi conto di non avere avuto il tempo (o la voglia, raramente, leggasi pigrizia) di visitare i mille posti che questa città ha il merito di offrire;

Vorresti cambiare casa, ma il solo pensiero delle modalità di trasloco ti fa quasi andare bene il tabellone dei turni delle pulizie costantemente ignorato dai tuoi coinquilini;

Ti sembra che i soldi messi da parte dopo un anno di lavoro siano un po’ pochini (anche se ne hai spesi, e tanti, in beni e servizi di tuo gradimento, vedi cibo e viaggi);

Rimpiangi di non avere scritto un po’ di più sul blog;

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