Prospettive pseudo-cosmiche londinesi

invisibilità londinese

Vivere a Londra e osservare la Terra dalla Stazione Spaziale Internazionale credo che non siano due cose così diverse l’una dall’altra. Ovvio: non sono mai stata sulla ISS. Immagino nemmeno voi.

Quando sono di cattivo umore, quando il tempo è uggioso e ogni cosa si tinge di grigio, quando vorrei che sull’uscio di casa ci fosse un burrone ad attendermi e non uno zerbino polveroso, quando non trovo alcuna ragione al mondo per cui top-upparmi di buonumore l’anima, e non di soldi la Oyster Card.

Ecco. Quando tutto ha le sembianze di una merda cosmica, excuse my French, alzo lo sguardo al cielo, grigio o blu esso sia in quel momento, e penso alla Stazione Spaziale Internazionale. Penso a come deve essere guardare la Terra da lassù, al fatto che noi potremmo anche non esistere, da quella prospettiva, e che siamo un granellino di polvere atrofizzata, pronto ad essere spazzato via in qualsiasi momento dall’imprevedibilità del cosmo.

Però sei incazzata, perché hai una macchia di caffè sui jeans lavati il giorno prima con il sapone aroma bucaneve della steppa siberiana, e allora sticazzi del cosmo.

Forse tutto questo è un po’ patetico. Però funziona. Funziona perché mi rimette al mio posto, mi tranquillizza, mi ricorda che le uniche aspettative che devo soddisfare sono quelle che mi costruisco io, che sono solo una di passaggio e i riflettori del mondo non sono certo puntati su di me. Ma nemmeno per sogno.

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Londra ti cambia #1

keep calm and fake a british accent

Vivo a Londra da esattamente 20 mesi, quasi due anni. In questo lasso di tempo sono successe tante cose, molte di più di quante ne avevo immaginate, o vagamente previste, nei momenti in cui cercavo di prefigurarmi la mia vita in questa città, più o meno realisticamente. Di rimugino in rimugino, ho capito quanto il mio stile di vita sia mutato, anzi, quanto IO sia cambiata pur di adattarmi ad una realtà che, volenti o nolenti, è ben diversa da quella a cui ero abituata in Italia. 

Desidero quindi condividere con voi quelli che, a mio avviso, sono stati e sono tutt’ora i punti salienti attorno a cui è avvenuta la mia trasformazione da insoddisfatta italiana ad inquieta cittadina londinese. Da non prendersi troppo seriamente, please.

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Arrivederci East London

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Arrivederci, quartiere che non ho mai capito come chiamarti, ché Tower Hamlets è il borough (quartiere-municipalità) – e citare il borough non è abbastanza cool, a meno che non sia famoso come Chelsea o Camden – e allora dicevo a tutti “abito a Bethnal Green”, che poi in realtà la mia casa su Google Maps era un puntino nel bel mezzo di Bethnal Green, Whitechapel, Stepney Green, quindi boooh, negli ultimi tempi dicevo che abitavo a Whitechapel, che risveglia i ricordi di Jack lo Squartatore e mi conferiva quell’aria di una che la sa lunga e abita in un posto che sarà presto cool, “aspetta che ci arrivi la Cross Rail e vedi i prezzi delle case” (come se non fossero già abbastanza care)…

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Home is where heart is (Summer edition)

Isola di Bergeggi (Savona)

Oggi è ufficialmente Estate.

Londra brilla di una luce avvolgente, l’aria è fresca e rassicurante, come se bastasse attraversare la strada per raggiungere la spiaggia e fare un tuffo in mare.

Le persone che crescono e vivono tutto l’anno lungo la costa forse sanno benissimo che, come per tutte le cose più belle, quello che eccita di più dell’estate è la sua attesa, la sua promessa, i suoi primi capolini primaverili: il solstizio altro non è che il suo timbro all’ingresso.

Genova, quella che considero la mia città, anche se sono nata 50 km più in là – però home is where heart is, o no? – non mi è mai sembrata più lontana di quanto lo è oggi. Riguardo le fotografie risalenti ai tempi di quando abitavo in quel meraviglioso trambusto gozzovigliante che sono i vicoli, ed ecco ricomparire il suono di una tromba che si infiltra sornione tra le tende della cucina, facendosi largo tra la quiete della brezza mattutina e le prime voci della giornata, vicine abbastanza da tenere compagnia durante la colazione del weekend. Il mare, poco più in là, di tanto in tanto si permette di ricordare la sua presenza sfidando ingombranti caseggiati ed i profumi di quel piccolo-grande bazar che è il centro storico genovese.

L’Estate non è un vincolo temporale. E’ una presenza, una presenza quasi umana, che ti prende per mano e ti invita ad uscire, ti fa indossare i tuoi vestiti più belli, ti presenta facce e voci, odori, storie da raccontare, viaggi inaspettati. E’ presente, costante, rassicurante.

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Sea (Less)

Ieri è arrivata.

C’era il sole, è giunta da Sud, dopo un viaggio nemmeno troppo lungo.

Camminavo in direzione Whitechapel, ore 8 del mattino, destinazione ufficio.

Mi ha travolta, a tradimento, appena svoltato l’angolo, con il vigore che hanno solo gli animi giovani e belli.

Quelli per cui non c’è mai un momento adatto, no, tutto e subito, la forza di una scarica elettrica.

Io camminavo, guardavo la playlist su Spotify, non ero pronta.

Quando mi ha assalita ho dovuto chiudere gli occhi, e fermarmi un attimo, giusto due secondi, per non ritardare sulla tabella di marcia.

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Un anno a Londra

Oggi festeggio un anno a Londra.

Dodici mesi sembrano tanti, ma non lo sono affatto, specialmente quando:

Ti rendi conto di non avere avuto il tempo (o la voglia, raramente, leggasi pigrizia) di visitare i mille posti che questa città ha il merito di offrire;

Vorresti cambiare casa, ma il solo pensiero delle modalità di trasloco ti fa quasi andare bene il tabellone dei turni delle pulizie costantemente ignorato dai tuoi coinquilini;

Ti sembra che i soldi messi da parte dopo un anno di lavoro siano un po’ pochini (anche se ne hai spesi, e tanti, in beni e servizi di tuo gradimento, vedi cibo e viaggi);

Rimpiangi di non avere scritto un po’ di più sul blog;

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Onirismi e Pendolarismi

E’ venerdì, santo venerdì, e come ogni ultimo giorno della settimana lavorativa che si rispetti mi alzo dal letto affidandomi all’elegante stile detto “svuotamento sacco di patate sul pavimento”. Sarà la sessione di piscina del giovedì, sarà la stanchezza accumulata, sarà la bottiglia di Chardonnay della sera prima. Whatever.

Fatto sta che, con la pancia piena di cappuccino e scone (dolcetto ipercalorico molto in voga nelle terre anglosassoni) alle 7.50 mi trascino fuori di casa per prendere l’ultima Overground utile per arrivare al lavoro in orario.

Mi piace molto viaggiare sulla Overground di mattina. I vagoni sono spaziosi e puliti. I pendolari dormono, o quasi. Se non dormono, leggono, giocano col telefono, scrivono sul laptop, ascoltano la musica. I pochi esemplari in vena di chiacchiere rischiano di essere trafitti da occhiatacce e lievi colpi di tosse, ma sempre con calma ed un filo di comprensione, ché sti benedetti Londoners hanno una pazienza del diavolo (quasi sempre, diciamo).

Noi, pendolari della Overground, siamo gente fortunata. Non dobbiamo alzarci la mattina con la cosiddetta ansia della gazzella e la sua corsa per la sopravvivenza, ovvero quell’angosciosa accettazione del dover affrontare i sotterranei metropolitani aspettando senza spinte né ansie un treno diretto a ovest rigurgitante silenzi mattutini e facce spiaccicate contro i vetri. La chirurgica frequenza settata sui 60 secondi dalle 7 alle 9 non riesce mai nell’intento di alleviare la banchina della stazione X dalla costante presenza di centinaia di uggiose anime, fautrici e vittime al tempo stesso di un incredibile silenzio, che penzolano rassegnate dopo aver fallito la salita del mezzo con i piedi ben saldi sulla scritta mind the gap ed il treno che sfreccia puntuale ed impassibile a due centimetri dall’attesa. Sguardo dritto verso un orizzonte di poster pubblicitari e video.

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Intro: dell’Università in Uk [e delle mie geniali trovate]

Quasi un mese senza scrivere sul blog…

Potrei dire che il lavoro porta via molto tempo, il che è vero, purtroppo di mio sono una che ha la bruttissima abitudine di non dire mai di “No” a qualsiasi cosa mi appaia stimolante, vuoi per hobby vuoi per lavoro, fatto sta che ho sempre le mani in pasta e la necessità di stilare una lista di “cose importanti” da fare mi porta sempre a dover escludere questo blog, nonostante sia un progetto a cui tenga particolarmente.

Tra le tante idee “geniali” che hanno fatto capolino dentro la mia testa – ed è anche uno dei motivi principali per cui ho deciso di venire qui a Londra – c’è stata quella di iscrivermi all’università qui, proprio qui, ad un corso di laurea triennale in Journalism and Media presso Birkbeck – University of London, .

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Cose piccole e a caso che mi piacciono di Londra #1

Nella borsa che mi porto solitamente appresso non mancano mai una piccola agenda ed una penna, strumenti necessari che dovrebbero tornarmi utili per fare quello che in realtà non faccio mai: scrivere tutte le idee che mi saltano in mente, stupide o brillanti esse siano, affinché riesca a ricordarmele e a portarmele dietro – magari per progetti futuri, ma che ne so – per più di una mezza giornata.

Perché poi torno a casa e, di quelle idee, non ve n’è più traccia.
Ma tipo che l’omino del cervello le ha spazzate via col Napalm. 

Insomma, ora che mi sto costringendo a scrivere questo post non posso fare altro che maledire l’evanescenza dei miei sgranocchi mentali: come sarebbe bello avere tutto il materiale sotto il naso, così, taaac. Sono una abbastanza ordinata, anche nella vita online. Pazienza.

Ecco quindi un elenco approssimativo ed istintivo delle cose che più mi piacciono di Londra ad un mese dal mio arrivo tra gli albionici (o forse sarei più corretta se dicessi “tra gli italiani, gli spagnoli ed i francesi”).

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