Viaggio in India, o del “Se ritrovo me stessa, faccio finta di non vedermi”

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L’odore.

Quello che ti investe quando annusi alcune persone, quelle che terresti accanto o lontano da te, quelle che sai avranno in qualche modo un ruolo importante nella tua vita. Di amore, di odio, di amicizia, di scambi emotivi viscerali.

L’India si presenta così, assalta le mie narici con una vampata misto terra e spezie e mistero non appena i miei piedi varcano l’uscita dell’aeroporto internazionale di Mumbai, fu Bombay.

Scorre veloce la vita dal finestrino del taxi che mi conduce all’albergo in cui mi fermerò una notte, unico lusso in questo viaggio tutto treni, polvere, volti e improvvisazioni. Scorre brutale e immediata come un reportage televisivo alle due del mattino scevro di montaggi e spiegazioni, tutto è concesso ai miei occhi un po’ jet laggati orfani di filtri a noleggio per accettare una realtà da digerire in tronco e senza scusanti.

Volevi l’India? Eccone un assaggio, prova un po’ di India, donna dell’Ovest: è per te lo show room permanente adagiato lungo questa specie di tangenziale che ti porterà al sicuro, osserva le baracche in lamiera col tetto blu che avevi già avvistato dall’oblò dell’aereo, eccoti le famose vacche sacre che ruminano placidamente tra la spazzatura ammassata agli angoli delle strade, non soffermarti su quelli che cagano o pisciano sul bordo della strada e cattura con i tuoi occhi ogni millimetrica esplosione di vita lungo questa tangenziale rigonfia di macchine, tuk tuk, smog, umidità e clacson chiamati al dovere senza soluzione di continuità, senza una ben chiara finalità. Per te.

L’India mi schiaffeggia, l’India mi dà il benvenuto. Beffarda e innocente, la maestria di chi sa quello che sta facendo.

Chiudo gli occhi. Stordimento. Il taxi si ferma davanti all’albergo, schiudo le palpebre il tempo necessario per fare il check-in ed entrare nella mia stanza. Mi riaddormento. Sono le 11 del mattino.

Un paio di ore dopo sono in piedi, io e le mie gambe confuse scaraventate nel traffico folle di una Mumbai afosa e sudata, pulsante come un grosso cuore ansioso di esplodere nel cielo.

Sono in India, porco cane. Una ricerca Londra>Ovunque su Skyscanner subito dopo aver ricevuto una brutta notizia, la decisione finale, un biglietto aereo a/r acquistato di rabbia e d’impulso solo dieci giorni prima della partenza, le corse e le telefonate per ottenere il visto all’ultimo minuto, un itinerario vagamente folle studiato e implementato nel giro di due notti insonni… Perché sento sempre il bisogno di viaggiare, e non di spassarmela per due settimane in un resort alle Maldive? Dopo dieci mesi di merda e sfiga, me lo meriterei. Eppure…

Sudo e incepisco in mezzo al traffico di persone di questa megalopoli così difficile da amare. Dov’è il libretto delle istruzioni? Riuscirò mai a cavarmela qui, da sola, con il mio zaino tutto sommato piccolo e un inusuale smarrimento, io che mi sento sempre a casa ovunque vada in questo pazzo mondo? Cammino, annuso, strabuzzo gli occhi, mi fermo, non riesco a scattare fotografie con lo straccio di telefono che mi ritrovo perché c’è troppa vita intorno a me, come si fa a catturare tutta questa energia, tutta questa strana bellezza deforme con la fotocamera poco performante di uno smartphone qualsiasi?

L’India che inizio timidamente a conoscere è fatta di stazioni ferroviarie incasinate, ma funzionali, dove le persone si siedono o si sdraiano per terra in attesa del loro treno; è sentirsi (ed essere, nella realtà) sempre l’unica bianca occidentale a transitare per queste stazioni, sudata e stanca e abbruttita dalla polvere, ma subito ricompensata da uomini, donne e bambini che si avvicinano incuriositi lanciandomi domande e chiedendomi una foto o un video insieme, ché manco le star di Bollywood; è anche essere costantemente osservata, ovunque vada, e mi domando dove cazzo siano tutti i turisti (visto che siamo in alta stagione) perché non ne posso più di cotanta attenzione, ovunque metta piede; è la bellezza di non sentirmi mai sola – e mai in pericolo, tengo a sottolineare – come quando mi imbatto in due deliziose signore indiane sulla settantina, elegantemente avvolte nei loro meravigliosi sari colorati: “Siamo orgogliose di te perché stai visitando da sola l’India, la nostra terra, e pensiamo che tu sia coraggiosa”.

Non penso di essere coraggiosa, proprio per niente. Ho solo voglia di fidarmi. E faccio bene:

Mi fido dello studente fermato a caso in una via di New Delhi per domandare informazioni su dove acquistare il tabacco, finendo a bere birra indiana insieme a lui e ai suoi amici per le strade della città;

Mi fido di C., conosciuto tramite Couchsurfing, che mi ospita per due notti nel suo bell’appartamento di Delhi insieme a due ragazze israeliane, mostrandoci la città con i suoi occhi dal retro di uno scooter lanciato in quella follia che è il traffico indiano;

Mi fido di R., couchsurfer e proprietario di una scuola di inglese nella città di Haridwar, che a mezz’ora del mio arrivo mi fa tenere una breve lezione di inglese e di vita al cospetto di una classe di studenti indiani;

Mi fido di S., educato e premuroso, e di sua madre, sorridente e devota, che mi offrono alcuni tra i migliori pasti consumati durante il viaggio e mi insegnano qualcosa sull’induismo attraverso visite a templi incredibili, a metà strada tra un luna park e un emporio di Swarovski, e la difficile scelta del miglior abitino per la bellissima statuetta della divinità indù* eretta a protagonista del tabernacolo casalingo;

*ce ne sono tantissime, mi sono informata ma non riesco a risalire al nome.

Mi fido di A., che mi scarrozza in motocicletta per Rishikesh, tra il Gange e l’Himalaya, alla scoperta di cascate, polvere, scimmie, baby elefanti e misteriosi Ashram;

Mi fido della famiglia incontrata sul treno verso Agra, che mi guarda con curiosità e mi offre tazze generose di tè chai – ne vado matta – dal suo preziosissimo thermos da viaggio;

Mi fido di P. e della sua gang di amici-colleghi, proprietari di un ostello nuovo di pacca ad Agra, con cui festeggio a suon di birra e vino indiano l’ottenimento delle licenze per la loro struttura (fino a quel momento illegale, o quasi);

Mi fido di G., che mi fa dormire nella sua guesthouse di Varanasi senza spendere un centesimo e racconta con professionalità e competenza la storia della sua meravigliosa città;

Mi fido di una signora sulla cinquantina, compagna di viaggio su un treno metropolitano di Mumbai in cui la gente scende e sale dai vagoni ancora in movimento come se avesse appena visto Ryan Gosling nudo sui binari (o forse peggio); questa donna, nel vedermi vagamente affannata, mi prende lo zaino più piccolo per aiutarmi a scendere alla stazione giusta senza finire schiacciata dalla ressa (e dal treno), continuando nel frattempo a sorridermi con gli occhi;

Mi fido di un signore in camicia blu, che dai binari di una stazione di Mumbai mi conduce fin sotto la scritta “Departures” dell’aeroporto e, non contento, mi invita a cena a casa con la sua famiglia (invito che ho dovuto declinare, purtroppo) per poi andarsene, come uno che è uscito a prendere una boccata d’aria in pausa dal lavoro e that’s it. Sono riuscita ad offrirgli solo un misero caffè.

Il ricordo dell’India non sarebbe lo stesso senza le persone incontrate lungo le sue polverose strade, un itinerario (potete consultarlo qui sotto) tutto sommato abbastanza classico che non ha lasciato spazio a grossi colpi di scena – due settimane sono proprio pochine, ma si fa quel che si può.

L’essenza del mio viaggio è raccolta all’interno di una frase in risposta ad una domanda che mi è stata rivolta da uno degli studenti della scuola d’inglese di Haridwar (vedi sopra): “Cosa ti piace dell’India?“. Non sapendo cosa rispondere, ho improvvisato, finendo col dire la verità più forte di tutte.

In India non ti senti mai solo. Sono partita con uno zaino e le orecchie riecheggianti raccomandazioni e cattivi presagi, ma l’unica paura che ho trovato lungo la mia strada è stata quella che ha rischiato di mettere un muro tra me e gli abitanti di questo Paese. L’ho rispedita a casa, le ho detto di prendersi un po’ di tempo e di riposare anche per me, perché non ne sono capace. Le vacanze e il relax li lascio a chi è più bravo di me a goderseli. Questo momento è stato il lasciapassare per l’inizio del mio vero viaggio in India”.

 

Itinerario di due settimane

Mumbai
Delhi (treno notturno Mumbai-Delhi, 16 ore circa di viaggio)
Haridwar (5/6 ore di treno da Delhi)
Rishikesh (mezz’ora in moto o macchina, meno di 1 ora in pullman da Haridwar)
Agra (treno diurno da Haridwar, 9 ore circa)
Varanasi (treno notturno da Agra, circa 13 ore)
Varanasi-Mumbai (26 ore di treno) (!!!)

Budget

Volo aereo Londra-Mumbai: 400 sterline (prenotato con soli 10 giorni di anticipo)
Budget per treni, cibo, trasporti urbani e sistemazioni: inferiore alle 200 sterline.

 

Stai pianificando un viaggio in India e vorresti racimolare qualche informazione utile da una persona che ci è già stata? Scrivimi: banalmentealondra at gmail dot com.

 

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2 thoughts on “Viaggio in India, o del “Se ritrovo me stessa, faccio finta di non vedermi”

  1. Un mio collega è stato in viaggio di nozze in India e mi ha raccontato della sporcizia, della spazzatura, della povertà indiana che ferisce gli occhi, dell’enorme differenza tra chi è troppo povero e chi è troppo ricco. Per questo non ho mai creduto a chi racconta solo i colori dei sari e delle spezie. Mi è piaciuto molto questo post e il tuo modo di raccontare questo Paese 🙂

    • Ciao! Grazie per il tuo messaggio, mi fa piacere che tu abbia apprezzato. Scrivere dell’India è quanto di più difficile ci possa essere, nel mio piccolo ci ho provato. E’ un Paese inizialmente ostile e che poi è difficile dimenticare, lascia un po’ di “mal di India”. 🙂

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